Sanità a Castel di Sangro: l’Ospedale di Zona Disagiata e il futuro della medicina territoriale
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La situazione sanitaria a Castel di Sangro è da anni al centro di un dibattito acceso, soprattutto dopo il declassamento del presidio ospedaliero e la riduzione dei servizi. Tuttavia, è necessario fare chiarezza su un tema spesso trattato con approssimazione, analizzando le normative che hanno portato a queste decisioni e le prospettive future per la sanità locale.
Il contesto normativo: il Decreto Lorenzin e l’Ospedale di Zona Disagiata
Nel 2013, durante il Governo Letta, l’allora Ministro della Salute Beatrice Lorenzin introdusse una riforma che prevedeva la conservazione di ospedali con servizi essenziali (come Pronto Soccorso e Medicina Generale) nelle zone di montagna. La Regione Abruzzo, su iniziativa dell’assessore Paolucci, elaborò un piano sanitario che riconosceva l’ospedale di Castel di Sangro come Ospedale di Zona Disagiata.
Nonostante i tentativi dell’amministrazione locale di arginare il ridimensionamento del nosocomio, attraverso strumenti come la Delibera del Consiglio Comunale 88/2015, alcuni reparti sono stati chiusi. Tuttavia, sono stati preservati servizi fondamentali come ortopedia, laboratorio analisi, radiologia e diabetologia.
La carenza di medici e la sfida della medicina territoriale
Oggi, l’ospedale di Castel di Sangro esiste e continuerà a esistere, ma deve affrontare una carenza cronica di medici: in Italia mancano all’appello 40 mila professionisti (fonte: Sole24ore). La riforma Lorenzin puntava anche a potenziare la medicina territoriale, con la creazione di Case della Salute e Ospedali di Comunità, gestiti dai medici di base per ridurre le ospedalizzazioni.
Purtroppo, nonostante i fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), la ASL non ha ancora avviato la realizzazione di questi presidi, lasciando la popolazione in una situazione di incertezza.
I numeri della crisi sanitaria nazionale
La situazione di Castel di Sangro non è isolata. Dal 2015 a oggi, in Italia sono stati chiusi oltre 200 reparti ospedalieri, con una riduzione significativa dei posti letto disponibili. Le regioni del Sud, tra cui l’Abruzzo, sono state tra le più colpite, con strutture già in difficoltà prima dell’entrata in vigore del decreto.
I sindacati continuano a chiedere un ripensamento delle politiche sanitarie, sostenendo che la chiusura dei reparti non solo peggiora la qualità del servizio, ma viola anche il diritto alla salute sancito dalla Costituzione.
Le soluzioni proposte: investire nella medicina territoriale
Per affrontare la crisi, molti esperti suggeriscono di potenziare la medicina territoriale, investendo in ambulatori e servizi domiciliari per ridurre la pressione sugli ospedali. Un maggiore coordinamento tra Regioni e Governo potrebbe garantire una migliore distribuzione delle risorse, evitando che le aree più remote vengano ulteriormente penalizzate.
Conclusioni
Il Decreto Lorenzin ha innescato un cambiamento profondo nel sistema sanitario italiano, con conseguenze ancora oggi visibili a Castel di Sangro e in molte altre città. Se da un lato l’intento era razionalizzare le spese, dall’altro i disagi per pazienti e operatori sanitari sono evidenti.
Il futuro della sanità passerà dalla capacità di trovare un equilibrio tra sostenibilità economica ed efficienza del servizio, senza compromettere il diritto alla salute di milioni di cittadini. Per Castel di Sangro, la speranza è che la medicina territoriale diventi una realtà concreta, garantendo cure accessibili e di qualità a tutta la popolazione.
Michele Di Franco
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