Stefano Redaelli “Beati gli inquieti”, il nuovo libro edito da Neo Edizioni di Castel di Sangro

Beati gli inquieti è il nuovo libro di Stefano Redaelli (professore di Letteratura Italiana presso l’Università di Varsavia) pubblicato dalla casa editrice in crescente successo Neo Edizioni di Castel di Sangro.
È stato secondo classificato al Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza nel 2019, selezionato al Premio Campiello e tra i 62 libri candidati dagli “Amici della domenica” al Premio Strega.
L’opera ci parla di Antonio ricercatore universitario che si occupa di studi sulla follia e dopo anni decide di analizzarla più da vicino. Propone così alla psichiatra della clinica “Casa delle farfalle” di essere accolto come finto paziente per una settimana con lo scopo di studiare e tracciare le storie dei pazienti della struttura.
E al suo obiettivo ci arriva, giorno per giorno aumentando la sua permanenza nella struttura da una a tre settimane. Con prudenza osserva i volti degli alienati, ascolta le loro parole e traspone le loro oscurità sui fogli, tasselli della sua narrazione.
Gli spunti offerti da Redaelli sono molteplici. È un’opera ricca di simbologie ed echi letterari. Ne citiamo solo alcuni ma vi garantiamo che rileggendo più volte Beati gli inquieti si scoprono nuovi significati e richiami: l’Inferno dantesco (l’ingresso della clinica ricorda l’iscrizione che sovrasta la porta infernale del III° canto, l’iter di Antonio invece il folle volo di Ulisse del XXVI°), il tempo sospeso di S. Beckett in Endgame e Waiting for Godot, il giardino bassaniano di Micol dei Finzi-Contini, il deserto ungarettiano, la luna ariostesca, etc.
Ci soffermeremo per qualche riga con la lettura shakespiriana della maschera e della figura simbolica del fool presente in King Lear (e in altre opere ovviamente). Come il fool fa ripercorrere a Lear la sua storia (che per Lacan è il fine ultimo dell’analisi), in Beati gli inquieti il folle Angelo utilizza lo stesso processo con Antonio fino a porsi come suo alter ego: «È il pagliaccio vissuto qua dentro […] Potrebbe essere una maschera […] La comicità, l’arte del comico» (pag. 82); o ancora con richiami identici al Lear di Shakespeare: «Il re senza autorità, senza sudditi. Non è forse questo il folle?» (pag. 93).
La follia e il linguaggio poetico usano gli stessi strumenti ma ciò che li lega è l’arte del celare, la figuralità: il poeta presenta la verità attraverso l’uso di figure retoriche mediando tra significato e significante. Infatti, si può notare come il linguaggio di Stefano Redaelli è immediato e allo stesso tempo si fa poesia.
Nel corso dell’opera, il protagonista si mette pienamente in connessione con i folli attraverso la fiducia: indossa trucchi e maschere, condivide fantasticherie e invenzioni; Antonio s’immerge nel valore terapeutico dell’arte, condivide la lettura del Piccolo Principe, vive la fragilità degli alienati fino a sentirsi tutt’uno con loro.
Angelo, Carlo, Simone, Marta e Cecilia sono maschere, attori interpreti della vita e conoscitori di segreti: con il loro linguaggio leggono l’anima. Il fool è per eccellenza l’abitante del regno della sospensione delle regole: è all- lincens’ e perciò dice quello che ad altri non è permesso.
Il suo travestimento è segno della funzione stessa del teatro, riporta in forma accettabile ciò che altrimenti sarebbe negato: la maschera parla di una liminalità in cui l’identità è sia cancellata che riaffermata. È un libro con una trama forte, in grado di smuovere la coscienza del lettore perché emoziona, sensibilizza, allontana l’indifferenza.
È il viaggio di un uomo dentro se stesso: comincia prendendo fuoco nel deserto fino a trovare la beatitudine in un giardino salvifico. Stefano Redaelli ci insegna a essere umani e quanto sia importante l’ascolto e il confronto con l’altro.
Mariangela Amadio
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