De Senectute (Ovvero scherzando un po’ sull’argomento) di Rosaria Alterio

La vecchiaia è come l’inverno, ma anche l’inverno ha un suo fascino. Si è vecchi (perché si esita sempre nel pronunciare questa parola e si sceglie poi anziani? Secondo me la prima non è irriverente o addirittura dispregiativa, racchiude invece la forza della vita, spesso la saggezza e quasi una sorta di regalità. Già Omero, chiamando Priamo, il “vecchio re”, aggiungeva regalità alla regalità. Irriverenti e dispregiativi saranno sicuramente “scaduti” o “da rottamare”, di moda recentemente. (Forse maldestra, ma convinta e beata proseguo). Si è vecchi quando un nipotino non ti corre più dietro per una favola, o quando, più grande, in qualche rara visita col contagocce e senza tralasciare la sua appendice, lo smartphone, ti chiede velocemente: “Tutto a posto, nonna?” E senza aspettare nemmeno una bugia per risposta, vola via… Quando i figli non ti chiedono più un parere, ma solo ricordarti se hai ingerito quella pillola..!
Quando non trovi più un’ amica con la quale uscire perché chi ha l’anca traballante, chi un inizio di alzheimer… Quando la televisione comincia a diventare un fastidioso ronzio… Quando è dura perfino arrivare in fondo nella recita del Rosario perché poi la mente segue altri frammenti di itinerari… Quando, se tenti di raccontare un episodio del passato, i presenti, badanti compresi, ognuno nella propria lingua e, quasi in gara tra di loro, ti zittiscono perché l’hai raccontato già “l’altra volta”… Quando l’unico avvenimento mondano, è qualche funerale vicino casa tua… Quando ti giri intorno e vedi che, all’infuori dell’insipido, solitario pasto, non hai più nulla da fare… Quando, per avventura o per sbaglio, ti ritrovi a vivere in una casa che non è proprio la tua, dove mettere un chiodo è un’ impresa impossibile, nemmeno a pensare di esporre un quadro che ti piace o a toglierne un altro che ti dà angoscia… Quando, rientrando in casa, lasci incidentalmente, un’invisibile traccia sul pavimento, ti corrono dietro con la scopa e hai quasi timore che vogliano colpirti con quella. Se poi ti cade di mano qualcosa, desideri ardentemente sprofondare sottoterra… E via discorrendo.
La cosa comune quasi a tutti i vecchi è dimenticare i nomi delle persone e diventa buffo sostituirli con “carissima” “giovane”, “amica mia”… Tutto sommato però quando ricordi di dimenticare, non solo i nomi, non è ancora così grave. E allora? La depressione? La mestizia di essere al capolinea? La conclusione? Non è mai concluso niente finché si è sotto il sole. Se hai la fortuna di avere gambe che ti reggono con una certa stabilità, magari affidandoti con disinvoltura anche ad un bastone, esci da sola, senza giri di telefonate e con la testa piena di farfalle. Infischiatene se qualcuno amorevolmente ti consiglia di stare attenta… di non allontanarti… perché d’inverno (per un eccesso di altruismo) ti ricorda che fa buio presto.
Procedi tranquilla, senza accelerare il passo e non per il buio imminente, ma perché, se Dio vuole, a qualsiasi ora torni, a casa ti aspetta paziente quel libro perché “sa” che non lo puoi leggere tutto d’un fiato, come ai bei tempi, ma lo devi ora centellinare come un buon bicchiere di vino, per via anche di quella “mezza luna” che ne piega dolcemente le righe (sarà una cataratta in agguato?). Al funerale ci vai solo per un legame che avevi col deceduto. Se ci devi andare per altri motivi, saltalo, stavo per dire con allegria ma parlando di un funerale non mi sembra proprio il caso! Anche un po’ di trasgressione fa bene a quell’età, lo dice anche Veronesi in un suo libro. Ma, a settanta (e passa abbondantemente…) che trasgressione si può avere? Comprarsi un cappellino bizzarro? Stappare, senza necessariamente una ragione, una bottiglia di spumante e brindare da sola a un vecchio amico scomparso e discorrerci un po’ per aggiornarlo sui cambiamenti esistenziali.
Magari, ma glielo avrei detto da decenni suppongo, che l’uomo è stato capace di mettere piede sulla luna, puoi aggiungere ora che è stato anche capace di nasconderci le stelle. Se hai smesso di fumare, “riaccendi” quel rapporto, magari con una sola “bionda” in quel giorno o in un altro, chi se ne frega a quell’età! Forse pure Veronesi avrebbe approvato! Non avere troppi scrupoli per l’inquinamento di quell’esile, sporadico filo di fumo. Pensa che solo lavando i nostri vestiti, ogni anno rilasciamo nell’oceano (l’ho appreso da poco) la bellezza di mezzo milione di tonnellate di microfibre, l’equivalente di 50 miliardi di bottiglie di plastica. Sarà vero? Torniamo a noi: Cucinarsi proprio e solo per sé, se nessuno sogna di preparartelo, un bel polletto ripieno o un’altra leccornia. Alla faccia del colesterolo, del fegato, dei grassi saturi e insaturi.
Non rattristarti se i nipoti dimenticano che esisti, ma hanno una memoria mitridatica nel venire da te in quelle determinate ricorrenze: fingi, qualche volta, divertendoti intimamente, di “aver dimenticato” di provvedere al regalo o di mettere mano al portafoglio. Avere sempre un progetto in cantiere, lo ricordava spesso la Montalcini. Non sarà certo la costruzione di un ponte, ma qualcosa in versione “più ridotta” magari rinnovare qualche piantina di fragole nel vaso sul terrazzo, partecipare con entusiasmo a quella associazione di giovani donne coinvolgenti che vogliono sapere tante cose sul passato. Dimenticare i torti che si ricevono tutti i giorni e chiuderli in un bugigattolo oscuro col coperchio di ferro. E parlare con la luna. Ha tutto il tempo e la calma del mondo per ascoltarti e non si sognerà nemmeno di farti presente che quell’episodio glielo avevi già raccontato l’altra volta. Si fa presto a parlare! E se non hai un minimo di autonomia, di movimento? Non si è ancora alla deriva sotto il sole! Resta la grande curiosità di scoprire cosa c’è “dopo”.
E se non c’è nemmeno un brandello di vista, di pensiero, di percezione o di altri accidenti? Niente panico. Parafrasando solo per un attimo Herman Hesse, in Siddharta, provvederà il “fiume del divenire” a trasportarci nella sua corrente dove si mescolano voci allegre e di pianto, voci infantili e virili, lamenti, grida di collera… Tutto il bene e il male del mondo. Quel fiume è la musica della vita. E se si è “invecchiati alle intemperie della vita con dignità e stile”, ma anche con amore e coraggio, con gioia e tolleranza, ci si lascerà trasportare con dolcezza perché, in quella musica, anche senza consapevolezza, non si sarà una nota stonata.
Rosaria Alterio
Leave a Reply
Devi essere connesso per pubblicare un commento.